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racconto di Martina Lolli

foto di Emanuela Amadio

A Cortázar

Aura non si dava pace di quanto la sua pelle fosse diafana e di come le sue iridi – mentre si nutrivano di ciò che le piaceva – perdessero contrasto, naufragando nel bianco delle pupille e attenuando quell’espressione trasognata di ragazza da sempre dietro le ampie cornici di una finestra.

Quando in un giorno piovoso di ottobre decise di uscire, abiti aderenti per contenere il suo esile fisico e stivaletti scuri, Aura non resse il confronto con il mondo: le persone e le cose le sbattevano addosso ricevendone un’impressione di sé – un’impronta, un’immanenza, un’immagine – come se, nel suo impeto di accoglienza, lasciasse a ognuno una traccia del suo essere – del suo colore – trasformandosi in pura silhouette. Allo stesso modo i suoi ricordi si sgretolavano nelle smagliature dell’attimo e tornavano come riflussi indistinti uniti ai pensieri della gente incontrata, in un andirivieni fra sogno e concretezza, fra onirismo e lucidità. Aura traluceva come il modello di ciò che avrebbe potuto essere mentre si ripeteva in un flebile sussurro «Questa è la realtà… Quel che accetto attimo per attimo come reale».

In lei fluivano milioni di vivide anime nelle quali temeva di perdersi, ma fu proprio la trasformazione in qualcosa di sublime a salvarla: sentiva che il giorno in cui si sarebbe confusa con l’etere era prossimo e che uniche testimonianze sarebbero stati gli abiti con cui l’avevano conosciuta: scuri e stretti e l’orma di un passo leggero.