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Sabbia

racconto di Noam Arp

foto di Emanuela Amadio

Pensavo fosse semplice come lasciarsi addormentare.
I piedi fanno male. Le ombre sono lunghe, e non hanno nulla su cui stagliarsi. I passi si frammentano e sprofondano. Ogni singolo gesto diventa fatica. Pesante sulla mente, sulle membra, sulle palpebre e i ginocchi. Doloranti. Per il troppo lottare contro la sabbia.
Non ti ho vista. Per troppi anni non ti ho vista. Per troppi.
Nostra figlia mi ha chiamato dalla cucina, un giorno di maggio, con la pretesa che io non sapessi già cosa volesse chiedermi. “È domani, te lo ricordi?”. Certo che me lo ricordo. Mi ricordo. Mi ricordo che non ricordo. Forse è l’unica cosa che mi ricordo. Ma ricordo.
E poi ricordo te. Con l’abito giallo a fiori che ricucivi ogni settimana perché era ormai troppo vecchio per comprarne uno nuovo. Con le ginocchia tremolanti incrociate timorosa delle mie carezze, con le nostre mani ancora nude e senza anelli. Poi ti ho sposata.
Poi mi hanno chiamato criminale. Su un guscio di noce con uno straccio per vela ti ho vista per l’ultima volta allagare il mare. E poi non ti ho più vista. Per troppi anni non ti ho più vista. Per troppi.
Se fossi morto su quella barca sarei forse stato meno triste. Forse ora meno solo. Un anarchico non ha mai una casa, questo ti dicevo. Ma l’avrei avuta, se solo
se solo
Le scarpe lasciate alle mie spalle. Non ha più senso camminare. Quest’aria mi sotterra, sprofondo più giù ad ogni onda. Come un relitto sulla spiaggia. Perché sono venuto qui? Non me lo ricordo… Forse ho scritto il mio nome da qualche parte, qui sulle mani o