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racconto di Fabio Petrella

foto di Emanuela Amadio

Sul bavero della montagna, d’erba il valico dove vento mena romito e forte sulle spalle del bosco e acqua di terra sempre benedice la sete, Celestino sedeva assorto contemplando le profondità del fondovalle. Celestino faceva il pastore di professione, e lo faceva più per devozione che per esercizio di necessità dato che accordi sentimentali non aveva e per campare gli bastava poco, quel poco che racimolava nutrendo terra e bestiame.

Era  conosciuto come Battipiede perché nei rari momenti di collera soleva battere il suolo a guisa di leprotto, e ogni volta che in lui montava la rabbia era tutto un  gracidare  di  risate  tra  i  compagni. Il cielo non prometteva nulla di buono: era come trovarsi schiacciati da un enorme mosaico fatto di nembi in veste di tasselli da tempesta.  L’animo del pastore, che per scongiurare i malanni sempre portava un lembo di pelle di vipera sotto il cappello, era cupo come la sfera celeste. L’erba novella dei pascoli che per una generazione aveva nutrito il suo bestiame ora si ritirava lieve sotto il morso delle ruspe meccaniche. Il suo terreno era stato espropriato dallo Stato. La sua voce sassosa si era spaccata nelle tetre aule di giustizia e gli indennizzi non avevano colmato il pozzo dove salmastri si agitavano i suoi umori. Sulle balze della montagna – la sua Arcadia – non ci sarebbe stato più spazio per gli armenti e nessuna contropartita economica avrebbe risarcito la sua disperazione. Così la sera prima di abbandonare le sue terre Battipiede raggiunse una nascosta fenditura del monte che partoriva un’acqua che a valle  s’ingrossava a fiume scorrendo fino al mare e, in una sacra cerimonia, depositò nella corrente gli stivali e il bastone d’acero intagliato nelle lunghe ore di quiete e in muto raccoglimento pregò affinché la sua eredità raggiungesse le sabbie del litorale come araldo di nuova speranza per i luoghi e il cuore della sua memoria.