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racconto di Silvia Di Giandomenico

foto di Emanuela Amadio

Si faceva chiamare Gavroche l’uomo che li aveva indossati, ma era Gavroche solo quando li indossava perché era un artista di strada senza branco e senza meta.

Andava dove lo conducevano quegli stivali tra il moschettiere e il cowboy che un giorno aveva trovato, come si trovano tutte le cose più importanti, mentre cercava qualcos’altro. Come le sue ossa sempre più fragili e le spalle un tempo fiere e ora ricurve, così la vernice lucida dei suoi stivali si era andata scolorendo. Gavroche sentiva che il loro disfarsi scandiva quanto ancora avrebbe potuto sollazzare quella sparuta manciata di curiosi, che si fermava a guardare le sue prodezze, prima di apparir loro ridicolo, o persino penoso. Gavroche smise di essere Gavroche quando si tolse gli stivali per l’ultima volta, quando seppe, guardandosi i piedi che lo avevano portato tanto lontano, che era arrivato il momento di fermarsi. Non li buttò via semplicemente, come a disfarsene, ma li restituì alla strada che da sempre era stata la loro unica padrona.

Ora riposano, dopo aver affrontato la tempesta. Aspettano il nulla, il lento, impercettibile e costante disfarsi. Hanno attraversato piazze chiassose e strade deserte, sentieri scricchiolanti di foglie secche e prati innaffiati di rugiada. Memori del rombo dei tuoni, dopo aver calpestato la terra fradicia, poi umida e poi secca.

Colmi come calici di pioggia, vestiti di fango e poi asciugati dal sole. Deformati da salite impervie e ripide, afflosciati su se stessi dopo interminabili marce.

Ora riposano davanti agli occhi di chi passa e volge a loro uno sguardo sfuggente, di poca importanza, lo sguardo di chi ignora le impronte che hanno lasciato. Stanno lì, appaiati come pronti a rimettersi in cammino, ma riversi da una parte, a riprendere fiato, in attesa.