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racconto di Isabella Dilavello

foto di Emanuela Amadio

Tre giri sulla destra.
Tre giri sulla sinistra.
Croce sul cuore.
Fischia una canzone.
Scrivi. Incidi sulla corteccia il tuo nome.
Hai sempre un desiderio, qualcosa da chiedere: al cielo o ai santi, per chi ci crede.
Un desiderio che non cambia, che è quello anche se si aggiungono aggettivi.
Un desiderio che conosci bene e un po’ ti vergogni. Un desiderio che è di bambini.
Per un po’ l’hai chiamato “allegria”. Poi hai azzardato “felicità”.
Maria ha chiuso il cerchio con “leggerezza”.
Le pesano le spalle, a Maria. Ma sono belle anche quando si curvano.
Seguono fragilmente una linea. D’orizzonte, di filo per i panni al sole.
E quando c’è vento, s’alza come una vela, ma lei non lo sa.
Lei pensa a quanto ancora deve aspettare le cose che, dalle sue parti, non arriveranno mai.
Pensa al tempo chiusa in casa ad aspettare, la tazzina del caffè che si raffredda.
Pensa che le fanno male i piedi per tutte quelle ore di lavoro in cui ci pesa sopra.
Pensa a quando aveva dodici anni e le chiedevano “ma il fidanzatino ce l’hai già”.
E a lei, quella cosa del diminutivo sembrava una stonatura.
L’amore piccolino, anche a dodici anni, non ha forma. Non si chiama, non è.
“Fidanzatino” non sarà mai sufficiente a raccontare, a comprendere tutto nel disegno.
Maria, a dodici anni, andava al parco degli alberi con la cornice di porfidi.
Sceglieva l’albero più alto, girava intorno tre volte a destra e tre volte a sinistra.
Faceva giuramento. E fischiando Parlami d’amore Mariù, sognava e desiderava.
Desiderava accrescitivi e superlativi. Il volo più alto.
Sognava maiuscole.
E alla fine si toglieva le scarpe. Per scaramanzia, per mostrare al cielo le dita perfette dei piedi.
Tre giri sulla destra.
Tre giri sulla sinistra.
Croce sul cuore.
Fischia una canzone.
Scrivi. Incidi sulla corteccia il tuo nome.
Pensa “ora vado, ora lo faccio, ora vado”. Qualcuno l’ha vista uscire.
Qualcuno dice che di lei ha visto solo le scarpe.