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racconto di Alessandra Angelucci

foto di Emanuela Amadio

Lo aveva atteso tutto il tempo. Neppure lei sapeva quanto.

La ringhiera s’era fatta fredda poco prima del tramonto ma, dal selciato della via, un caldo intenso si accaniva. Ciondolava, e l’odore delle fragole fremeva nelle narici.

Lo aveva conosciuto lì, dove i tetti sono lontani e pure gli sguardi. Di quel volto non ricordava alcun dettaglio: una strana disattenzione scavata negli occhi l’aveva resa diversa da tutte le altre, nel modo di parlare e di gesticolare. Così dicevano.

I suoi seni erano timidamente cresciuti, mentre le donne di paese avevano offeso quella storia di sale cucita a fatica su una pelle d’ambra. Le stavano lontano. Gli uomini, invece, la desideravano per la pelle e basta, continuando ad esserle sin troppo vicino.

La prima volta non era stata in grado di dire nulla. Ricordava solo il grigiore dei sampietrini. È così che accade quando la speranza cede e si slabbra: non fa rumore, eppure spira.

Solito posto, solita ora. Le estati d’amore di Marta erano iniziate lì, lungo una via in cui alle fragole di maggio s’erano ormai sostituiti i mozziconi di sigaretta: i cosiddetti figli della sosta.

Era bella – lei – chiusa in quel corpo esile e acerbo con cui si mostrava: il suo caratteristico disincanto si prolungava persino nella leggerezza delle vesti bianche. Indossava sempre scarpe aperte e le piaceva sentire sul corpo la levità dell’aria. A volte la desiderava dappertutto. Così, con un timido decoro che non si confaceva a quelle come lei, tirava su il lembo della gonna di cotone e tutto il corpo ne traeva respiro. Pochi attimi, e il piacere la invadeva tutta.