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Storia di un cane che è stato re

racconto di Marco Taddei

foto di Emanuela Amadio

In Via Tiburtina c’era un cane
a cui volevano tutti bene.
Lui però non voleva bene a nessuno.
Anche se gli portavano tanto da mangiare
e quando lo vedevano erano felici,
lui avrebbe voluto solo avvelenarli tutti con l’amianto
e quando li vedeva avvicinarsi con i piatti
prima li malediceva e poi mangiava.

Una volta, in una vita precedente, ne era sicuro,
era stato un re, un sovrano, un imperatore.
Ed ora gli portavano gli avanzi.
Che doveva mangiare per terra.
Per strada.
In Via Tiburtina.
A Pescara.
La sua unica compagnia erano delle scarpe di merda.
Nere.
Lucide.
Cinesi.

Lui voleva più bene a quelle cose inanimate
che a tutte le persone viventi del mondo.
Le scarpe non ci provavano nemmeno a capirlo.
Le scarpe non volevano per forza trattarlo
come se fosse un festoso burlone.

“Dio, dio, oh dio, se esisti davvero e non sei solo
una trasmissione televisiva in diretta da Las Vegas,
fammi diventare un uomo, fammi avere dei piedi
fammi scappare via con quelle scarpe cinesi di merda.
Fammici fare il giro del mondo.”

E questa preghiera ripeteva ogni giorno
sotto un portico
mentre il grigio novembre dell’adriatico
gli rovesciava la sua fitta fogna addosso.